Archive for the 'Argentina' Category

Lo sapevate che…

Per motivi di lavoro sono finito a spulciare il sito della Bauli, quelli del pandoro. E ho scoperto che nella storia dell’azienda c’è un’avventurosa vicenda di emigrazione in Argentina del fondatore, con tanto di naufragio del piroscafo e salvataggio miracoloso. Il capostipite Bauli alla fine arrivò a Buenos Aires, aprì la sua pasticceria e, in pochi mesi, fece fortuna, trovò la sua America.  Fino a quando, una decina di anni dopo, chissà perché, decise di rientrare a Verona e lì cominciò la storia dell’azienda come la conosciamo oggi. Leggendo questa storia non ho potuto fare a meno di ripensare alle tante confiterías di Buenos Aires con le loro spaziose e ricche vetrine. Le prime volte che andavo in visita a Buenos Aires, proveniente dal nordeste brasiliano povero di tradizione pasticciera,  rimanevo incantato come un bambino davanti a quelle vetrine piene di creme, cioccolato, bignè e torte. Passeggiare per Corrientes o Rivadavia si trasformava sempre in una specie di via crucis in cui io rischiavo di ritrovarmi attaccato a sbavare contro qualche vetrina. Ho pensato che magari da qualche parte, in qualcuna di quelle bontà, c’è ancora lo zampino del signor Bauli o di qualcuno dei suoi 40 dipendenti portegni. Dove sarà stata la pasticceria del signor Bauli? a San Telmo? alla Boca? a Caballito? resterà qualche testimonianza? chissà se qualcuno riesce a scoprirlo…

Va’ a quel paese!

Brasiliani e argentini non si amano, si sa. Sono in continua competizione, sul piano economico, politico. A nulla valgono i sorrisi di circostanza, le visite di cortesia e gli annunci di grandi collaborazioni. Sembrano due giganti costretti a convivere nonostante tutto ma che non perdono occasione per lanciarsi di tanto in tanto delle frecciatine avvelenate. Oggi sul Clarin c’era un trafiletto che raccontava del ricevimento con 1200 invitati all’ambasciata brasiliana a Buenos Aires in occasione della festa della repubblica. Sembra che la battuta più gettonata fosse che le coppe non erano riempite di champagne ma di petrolio. La rivalità raggiunge il suo culmine quando ovviamente si arriva al dunque: il benedetto futbol. A quel punto, dai bar di periferia ai palazzi della politica, dagli intellettuali agli impiegati delle poste, non si guarda in faccia nessuno. Neanche il presidente della repubblica. Il povero Lula ha avuto la malaugurata idea di manifestare il suo disappunto verso le ultime davvero misere figure della seleção dichiarando che quando Messi perde la palla corre a recuperarla. Apriti cielo. Al portiere brasiliano Julio Cesar dev’essere sembrata la peggiore delle umiliazioni ed è sbottato in un “e allora vattene a stare in Argentina”.  Calma ragazzi, correte  di più e magari recuperate qualche palla.

Juan y John

Anche l’Argentina, come ogni altro paese, c’ha le sue fisse. Non finirò mai di stupirmi, ad esempio, nell’ascoltare ogni mattina alla radio quanti capi di bestiame sono entrati al Mercado de Liniers, el mercado ganadero más grande del mundo. Vabbé, ci sta, la carne argentina è importante per l’economia, è famosa e buona, ogni argentino ogni anno ne consuma tra i 60 e i 70 chili. Uno vorrà anche sapere quanti bifes de chorizo saranno disponibili quel giorno per poter programmare l’asado con amici e parenti. Un’altra fissa in questo paese, che vale anche come avvertenza per chi si accinge a venire da queste parti, è che non si deve mai pronunciare la parola “falklands”: si rischia di essere fatti oggetto di sguardi truci se non di veri e propri improperi. Qui, quelle isole sperdute in mezzo all’Atlantico, sono Malvinas e basta. Non vale neanche tentare la soluzione bipartisan “falklands-malvinas”. Malvinas e basta. La ferita di quella disgraziata avventura è ancora aperta, i morti mandati al macello dai generali golpisti nel 1982 reclamano ancora giustizia. Oggi l’Argentina democratica sta rivendicando in sede Onu, con le armi della diplomazia, la sovranità sulle isole. Tutto questo per dire che attraverso il blog di Patricio Zunini ho trovato una poesia di Jorge Luis Borges che volevo proporvi. La poesia venne pubblicata per la prima volta sul Clarín il 26 agosto 1982. Una poesia contro la guerra, contro tutte le guerre.

 Juan López y John Ward

Les tocó en suerte una época extraña.
El planeta había sido parcelado en distintos países, cada
uno provisto de lealtades, de queridas memorias, de un
pasado sin duda heroico, de derechos, de agravios, de una
mitología peculiar, de próceres de bronce, de aniversarios,
de demagogos y de símbolos. Esa división, cara a los
cartógrafos, auspiciaba las guerras.
López había nacido en la ciudad junto al río inmóvil;
Ward, en las afueras de la ciudad por la que caminó Father
Brown. Había estudiado castellano para leer el Quijote.
El otro profesaba el amor de Conrad, que le había
sido revelado en una aula de la calle Viamonte.
Hubieran sido amigos, pero se vieron una sola vez cara
a cara, en unas islas demasiado famosas, y cada uno de los
dos fue Caín, y cada uno, Abel.
Los enterraron juntos. La nieve y la corrupción los
conocen.
El hecho que refiero pasó en un tiempo que no
podemos entender.

Jorge Luis Borges

Por una cabeza

Alla fine la presidenta Cristina non ce l’ha fatta. Stanotte il Senato argentino ha bocciato l’aumento delle imposte sulle esportazioni dei prodotti agricoli. Per un solo voto, una cabeza, come dice il famoso tango. Per ironia della sorte, la cabeza decisiva è stata quella del vice di Cristina, Julio Cobos. E’ una sconfitta dura per Cristina, che negli ultimi quattro mesi ha puntato tutto il suo prestigio su questo progetto e adesso si ritrova a mettere insieme i cocci del suo governo. Ma, come nelle migliori tradizioni telenovelesche, forse non è finita qui.

Contiamoci!

Oggi la città di Buenos Aires ha vissuto una giornata particolare. Ci sono state due grandi manifestazioni politiche, convocate in contemporanea. Una davanti al Congresso per appoggiare la politica governativa di aumento della tassazione dell’esportazione dei prodotti agricoli; l’altra in mezzo al parco di Palermo convocata dalle organizzazioni dei proprietari e dei lavoratori agricoli. L’obiettivo era lo stesso, mostrare i muscoli e far pressione su quel pugno di senatori ancora indecisi che domani potrebbero essere decisivi durante la votazione per far pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Stando ai giornali alla manifestazione del settore rurale c’erano quasi 250 mila persone; nell’altra, dove ha parlato l’ex presidente Néstor Kirchner, sembra meno della metà. Domani è previsto il voto del Senato. Vedremo se metterà un punto finale a questo braccio di ferro che va avanti da marzo.

Ogni dieci anni

Non se ne esce. Il conflitto tra il governo argentino e il settore rurale dura ormai da oltre tre mesi e in questi ultimi giorni ha ripreso vigore. Ormai si tratta di un vero e proprio braccio di ferro, una miscela potenzialmente esplosiva fatta di blocchi stradali, dichiarazioni a muso duro, minacce, accuse di golpismo, appelli alla mobilitazione popolare, difficoltà nell’approvvigionamento di beni di prima necessità e carburanti, aumento dei prezzi. Stasera sono tornati i cacerolazos per le strade di Buenos Aires. Le parti in conflitto non si parlano, si guardano in cagnesco, i richiami al dialogo che provengono da più parti cadono nel vuoto. Il governo di Cristina Fernández è sempre più isolato, come ben analizza Fritzmayer. E questo scontro si inquadra in una situazione di crisi più ampia. Scrive Paolo Manzo che “nelle ultime settimane i piccoli risparmiatori hanno ritirato dalle banche l’equivalente di circa 2 miliardi di dollari” e l’inflazione reale, checché ne dica l’istituto ufficiale di statistica, viaggia attorno al 30% annuale. Lo spettro della crisi ciclica, quella che tutti gli argentini si aspettano rassegnati ogni dieci anni, si fa sempre più reale.

 

Cristina alla prova

Il conflitto tra il governo argentino e i produttori rurali si aggrava sempre di più. Da circa due settimane il settore rurale è in agitazione contro l’aumento delle imposte sulle esportazioni dei prodotti agricoli annunciato dal governo: i blocchi stradali sulle principali arterie di comunicazione del paese tendono a impedire il rifornimento dei supermercati e si prevede che nelle prossime ore sulle gondole cominceranno a scarseggiare carne e latte.  Ieri pomeriggio, dalla Casa Rosada è venuta una risposta tutt’altro che distensiva: la presidente Cristina Fernández de Kirchner ha accusato i ruralistas di voler continuare a fare affari d’oro (i costi di produzione sono in pesos, i ricavi in euro o dollari) e, in pratica, di lamentarsi con la pancia piena. Normale amministrazione, si dirà: un settore della società reclama per sé dei vantaggi e il governo sceglie la linea dura. Quello che non era previsto – e di sicuro non lo aveva previsto neanche CFK – era il cacerolazo di ieri sera. Dopo il discorso di Cristina, alcune migliaia di persone si sono concentrate in Plaza de Mayo e in altri punti della città agitando pentole e mestoli in solidarietà alla protesta dei produttori rurali. Immediatamente si sono mobilitati anche i piqueteros oficialistas in appoggio al governo.  Si sono riviste scene che ricordavano i giorni tragici del dicembre del 2001, anche se lo scenario e il contesto oggi è completamente diverso. Due considerazioni, al di là delle ragioni dell’una o dell’altra parte in un conflitto complesso. E’ sempre sorprendente la capacità di mobilitazione che ha la gente qui in Argentina: in poche ore, più o meno spontaneamente, c’era già in piazza una folla con bandiere, cartelli e slogan. Cosa impensabile in altre parti del pianeta. Dall’altro lato preoccupa la linea dura scelta dal governo, destinata a esasperare gli animi e a radicalizzare la protesta. E’ il primo banco di prova serio per il governo della presidenta Cristina e sarà interessante vedere come andrà a finire. 


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