Verità o giustizia?

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Il quotidiano Clarín di ieri ha pubblicato un estratto di un articolo di Roger Cohen, giornalista del New York Times, riguardante una vicenda che risale a circa vent’anni fa. Il testo integrale dell’articolo può essere letto in inglese anche qui.  Nel 1987, Cohen aveva condotto un’inchiesta che portò a scoprire la vera indentità di due piccoli gemelli che vivevano con un ufficiale della polizia argentina: i due piccoli erano figli di una donna incinta che era stata sequestrata durante la dittatura e, dopo aver dato alla luce i due gemelli, era stata “desaparecida“.  A quel tempo la vicenda sembrò avere un lieto fine e Cohen ne era venuto fuori con la sensazione di aver fatto giustizia. In questi giorni, Cohen è tornato a Buenos Aires alla ricerca dei due gemelli, ormai giovanotti trentenni. E dice di aver trovato più risentimento che riconciliazione. I due ragazzi, Gonzalo e Matías Reggiardo Tolosa, all’esame del DNA erano risultati essere figli di una coppia (anch’essi desaparecidos) diversa da quella a cui in un primo momento erano stati attribuiti. Sembra che i due gemelli non  abbiano avuto in questi anni una vita familiare serena e continuano a mantenere un legame affettivo con i “genitori sequestratori”. A questo punto Cohen nell’articolo si chiede esplicitamente se sia valsa la pena quella sua “intrusione” di vent’anni fa. E si risponde: “per i morti, e per l’Argentina, sì. Per i gemelli, non lo so”.  Clarín accompagna l’articolo di Cohen con una nota di Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo. Per la Carlotto il giornalista non ha niente di cui pentirsi, ogni volta che si aiuta un bambino ad uscire dalla menzogna si fa il bene. Resta comunque il fatto che quella dei gemelli Reggiardo Tolosa è una vicenda penosa che mostra, a distanza di anni, le ferite ancora aperte lasciate dalla dittatura. E l’alternativa tra verità e giustizia con cui Cohen chiude il suo articolo, al danno sembra aggiungere anche la classica beffa.

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3 Responses to “Verità o giustizia?”


  1. 1 nardi 16 gennaio 2008 alle 8:47 pm

    La mia impressione è che la Carlotto – una grande, lo dico subito – non abbia potuto lasciar passare la cosa per ragioni di opportunità, ma dopo quel popò di ragazzi “recuperati” non può non sapere che le cose non sono così bianche/nere come dice. E poi “Now I wonder” significa “sono pentito” solo nella redazione di Clarín. Si prepara qualche novità sul caso della Evelyn Vázquez Ferrà?

  2. 2 il migratore clandestino 17 gennaio 2008 alle 12:37 pm

    Anche a me il titolo del Clarín è sembrato un po’ forzato rispetto al testo dell’articolo e al testo originale. E anche io ho un grande rispetto per Estela Carlotto, come persona e per quello che rappresenta. Fatto sta che le riflessioni che faceva Cohen mi avevano colpito e per questo ho voluto riportarle.
    Nardi, ho visto che hai aperto un blog. Bene, sarò un tuo affezionato lettore.

  3. 3 nardi 17 gennaio 2008 alle 7:45 pm

    haha! ti affezioni presto! no, scherzo, grazie.


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