Oh oh…

migratore clandestino

Mo’ me lo segno

Non si sa mai, un giorno potrebbe tornare utile.

IMG_7637

Siracusa, fine giugno 2009.

Con arco, freccia e internet

Ho tradotto un interessante colloquio, pubblicato ieri su El País. com, con Davi Kopenawa, indio Yanomami che lotta da diversi anni per i diritti del suo popolo che vive in un territorio tra Brasile e Venezuela. Kopenawa dice la sua sui recenti scontri in Perù, sulla necessità di evitare che queste cose si ripetano in Brasile, sul rapporto del suo popolo con la terra, sull’inquietudine dell’uomo bianco.

 

Terrazza del ristorante della Casa de América, Madrid, inizi di giugno. Davi Kopenawa tira fuori un sacchetto di plastica ed estrae una specie di palla nera e se la mette sotto il labbro superiore. È l’ora di masticare il tabacco. “Non vogliamo dare la nostra terra ai bianchi perché i bianchi ne hanno già tanta”, dice. “Noi siamo quelli che la proteggono, le persone della città abbattono gli alberi. L’uomo bianco ama il denaro, l’aereo, l’automobile. Noi pensiamo in modo differente”. Kopenawa si sistema sulla sedia. Ha il viso dipinto di rosso, una corona di piume, una collana. Indossa una camicia, jeans e scarpette da ginnastica. Calcola di essere nato intorno al 1956.

Davi Kopenawa sta lottando affinché in Brasile non ci siano rivolte come quelle che hanno scosso il Perù. Due settimane fa si trovava a Madrid, poco prima che arrivassero le notizie delle sollevazioni di Bagua, che hanno causato la morte di 24 poliziotti e tra 9 e 100 indigeni secondo le diverse fonti. Sta facendo un giro in Europa in difesa del suo popolo, gli Yanomami. Dopo l’esplosione del conflitto in Perù, utilizza la posta elettronica per dire la sua su questi fatti: “Ciò che stanno facendo lì con gli indios è un crimine. Anche noi soffriamo lo stesso problema, a causa dei bianchi che vengono per le nostre risorse naturali”.

Il progetto di legge 1610/96 sulle attività minerarie nelle terre indigene, ancora in fase di discussione nel parlamento brasiliano, può aprire le porte allo sfruttamento minerario in grande scala in territorio yanomami. Può permettere che le strade solchino  le terre dei suoi antenati. “In Perù il governo ha mandato l’esercito a uccidere gli indios. In Brasile sono gli invasori quelli che uccidono gli indios, ma anche le autorità hanno la colpa, poiché li lasciano entrare”. Si riferisce ai garimpeiros. I cercatori d’oro. Si dice che ce ne siano circa 3000 che agiscono illegalmente nel cosiddetto Parco Yanomami, in Amazzonia.

Da più di 25 anni, Kopenawa è la voce degli Yanomami, il loro ambasciatore. Durante l’incontro di Madrid ha sottolineato di non essere un leader, ma solo un semplice yanomami. Fa lo sciamano, agisce in sostanza da guida spirituale-medico-psicologo nella sua comunità, Watoriki (la montagna del vento), formata da circa 150 persone. “Per l’uomo bianco è difficile essere felice”, sostiene, “ha radice molto profonde nella città, non può cambiare. È pazzo per la terra, ne vuole sempre di più per far crescere la città; pensa solamente al suolo: petrolio, oro, minerali, strade, auto, treni”.

Gli Yanomami lottano da anni per preservare il loro modo di vivere. Cacciano con arco e frecce, pescano con una liana che stordisce i pesci, coltivano nella foresta. Sono nomadi: ogni due o tre anni, quando la terra si depaupera, si spostano. Nel 1991 ottennero dal presidente Fernando Collor de Mello la creazione del Parco Yanomami, una superficie grande due volte la Svizzera (9,6 milioni di ettari) affinché questa comunità di 16 mila abitanti potesse vivere in pace. Gli fu concesso il diritto di utilizzare il territorio. Ma i diritti sui  minerali appartengono allo Stato. I garimpeiros che lavorano illegalmente sul loro territorio contaminano i fiumi con il mercurio e trasmettono malattie mortali.

Kopenawa caccia tapiri e cinghiali con arco e frecce. È sposato, ha sei figli e due nipoti. Vive tre mesi nella foresta e tre mesi a Boa Vista (un0 degli agglomerati urbani del Brasile settentrionale). Quando si trova in città, vive negli uffici di Hutukara, l’ong che ha fondato nel 2004 per difendere i diritti del suo popolo. Non ama molto uscire di casa. “Non esco mai la sera, ci sono persone cattive per strada”, spiega. Se esce di giorno, va solo in posti in cui può arrivare a piedi. Le cose cambiano quando si trova nel suo villaggio: “Lì il cielo è sempre limpido, bello, pieno di stelle. Ciò che mi piace di più è osservare la foresta”.

La prima volta che vide un uomo bianco aveva cinque anni. “Provai paura, pensai che era cattivo perché aveva i capelli lunghi, era barbuto e usava le scarpe, proprio come faccio io adesso”, ricorda e si mette a ridere. Parla un portoghese dal suono nasale e profondo.

Non ha mai conosciuto suo padre. Sua madre morì di morbillo quando aveva dieci anni. A dodici anni prese la tubercolosi e divenne il primo yanomami a mettere piede a Manaus, capitale amazzonica; trascorse un anno in ospedale. Fu lì che imparò a parlare il portoghese.

Due anni dopo, dei funzionari della Funai (Fondazione Nazionale dell’Indigeno) lo scelsero come interprete durante la visita a delle comunità indigene. Il giorno in cui vide un coordinatore della Funai espellere un uomo bianco dalla foresta perché cacciava felini in territorio yanomami, ebbe un’illuminazione: espellere gli invasori era possibile. L’arrivo di migliaia di cercatori d’oro a metà degli anni ottanta gli fece prendere la decisione di lanciare la sua lotta per la terra: circa il 20% degli yanomami sparì in quegli anni ottanta in conseguenza delle malattie portate dall’uomo bianco. Fu così che iniziò il suo percorso, che lo ha portato a   rappresentare i popoli indigeni dell’Amazzonia davanti all’Onu e a familiarizzare con leader come Al Gore, il principe Carlo e con stelle della musica come Sting. “Le persone famose non risolvono niente”, dice con tono fermo e deciso, “ascoltano, appoggiano ma si ottiene di più all’Onu”.

Kopenawa estrae dalla sua borsa a strisce un astuccio nero, lo apre. Fissa lo sguardo sulla medaglia argentata che c’è lì dentro: è la menzione d’onore del Premio Bartolomé de Las Casas che gli hanno concesso la Segreteria di Stato per la Cooperazione Internazionale e la Casa de América, il motivo che lo ha portato per la prima volta a Madrid. Non può staccare lo sguardo dal metallo.

- Perché guarda così quella medaglia?

- Riceverla è importante perché fa conoscere la mia lotta alla gente. Però Omame (il creatore) non permette che si estraggano i metalli dalla terra. La terra è un luogo sacro  e protetto. Minerali. Il progetto di legge del governo brasiliano può aprire le porte allo sfruttamento minerario. “L’attività mineraria porterà nelle nostre terre gente che uccide gli indios, che porta con sé bevande alcoliche e malattie della città. Porterà strade, inquinamento”.

Kopenawa sa che oggi il suo popolo ha bisogno del telefono e di internet per la propria lotta. Ma non vuole che tutti i giovani yanomami imparino a usarli. “E’ sufficiente che imparino solo alcuni, venti o trenta persone. Dobbiamo andare piano. Sennò, molti vorranno rimanere in città e non tornare più”.

Sostiene che la terra non ha prezzo, non si compra né si vende. “L’uomo bianco non sta mai tranquillo”, analizza, “è sempre preoccupato a cercare i soldi per pagare la casa”.

- E l’uomo yanomami?

- L’uomo yanomami pensa a stare tranquillo, senza preoccupazioni e a non soffrire la fame.

Caduta libera

Secondo voi chi cadrà per primo, Berlusconi o Ahmadinejad?

Chega de Saudade

 

IMG_7467

La bella sorpresa di queste calde serate pre-estive siracusane è la rassegna di cinema brasiliano che si tiene al Castello Maniace.  Nell’ambito del Taormina Film Fest quest’anno si tengono delle manifestazioni collaterali e decentrate, tra cui questa di Siracusa. Il primo film della rassegna, Linha de Passe di Walter Salles e Daniela Thomas me lo sono perso. L’altroieri sera, però, non sono mancato all’appuntamento con Chega de Saudade di Laìs Bodanzky e ieri sera con El Milagro de Candeal di Fernando Trueba. Stasera in programma c’è Não por Acaso di Philippe Barcinsky ed è anche prevista la visita della delegazione brasiliana a Taormina con Carlinhos Brown e Rodrigo Santoro (qualcuna se lo ricorderà per lo spot di Chanel accanto a Nicole Kidman). Insomma, la serata promette davvero bene. La programmazione continua domani con Cidade Baixa di Sérgio Machado, giovedì con No meu lugar di Eduardo Valente e venerdì Bodas de Papel di André Sturm. Sabato gran finale in collegamento via satellite con Taormina per la cerimonia di premiazione.

L’atmosfera è molto bella, da cinema paradiso ”sottolestelle”, in cui risuona la musicalità della lingua portoghese. Spero che nella penombra non si noti molto il sorrisino ebete che ho stampato in faccia mentre guardo i film.

Svarioni

A questo punto era meglio scrivere revoluscion.

revolution

(per tutta la domenica pomeriggio su corriere.it)

C’è di peggio

L’altra sera, davanti a un ottimo Spritz e a un Negroni, Pina mi chiedeva se, invece dei sette voti della Lega alle europee, non mi sembrassero più gravi e degni di essere commentati gli oltre duemila volti che l’UDC ha preso in paese, superando il 40 per cento dei voti. Non ci sono dubbi, l’UDC in Sicilia ha raccolto l’eredità più brutta del sistema di potere democristiano, fatto di clientelismi, spartizioni di potere, maggiorenti, galoppini e capibastone. Casini può darsi da fare quanto vuole per presentarsi in televisione come la quintessenza del moderatismo ma fino a quando si terrà stretta gente come questa, la sua credibilità politica da queste parti sarà prossima allo zero.

Sette voti

Io ho votato in un piccolo paese del sud profondo. Un paesino come ce ne sono tanti in Sicilia, circondato dagli aranceti, adagiato su di una collina da cui in lontananza si vede il mare. Un paesino che guarda l’Etna da sud.  Da quando ho memoria, i paesani hanno sempre votato democristiano, qualche volta hanno votato per il PCI, adesso votano in massa per l’UDC. Un paesino del meridione, normale, come ce ne sono tanti. Ma domenica, dalle urne europee, su poco più di cinquemila votanti sono venuti fuori sette voti per la Lega Nord. Sette voti. Dal profondo sud, sette voti per l’indipendenza della padania, per difendere gli interessi dei produttori di latte, per protestare contro l’africanizzazione delle belle città del nord, perché ognuno si tenga le proprie tasse, per protestare contro Garibaldi e i suoi mille. Fatto salvo qualche vecchietto che ha creduto di riconoscere nel simbolo del partito di Bossi un pupo siciliano, dico io, ma chi sono questi?

La cosa Berlusconi

“Berlusconi è un delinquente” scrive José Saramago nel suo ultimo libro che Einaudi, casa editrice di proprietà di Berlusconi, ha rifiutato di pubblicare. Certo, Saramago sarà anche premio Nobel per la Letteratura ma è un comunista, uno di quelli veri, comunista della prima ora e con tanto di tessera. Fa il paio con quella banda di agitatori dei corrispondenti esteri in Italia, che scorazzano per le nostre strade alla ricerca di storielle per diffamare il nostro paese. Saramago ha preso la tessera del partito comunista portoghese nel 1969 e non se n’è mai pentito. Per questo non dirige quotidiani, non è portavoce di governo, spalla di politici-imprenditori, non è un  intellettuale alla moda che frequenta salotti e studi televisivi. Ha continuato a scrivere le sue storie. E ha vinto il premio Nobel. Con i suoi 87 anni, Saramago gode della libertà di chi può dire liberamente quello che pensa senza star lì a fare dei calcoli meschini. Su El País on line di oggi (altra gente poco raccomandabile) compare un articolo dello stesso Saramago dal titolo La cosa Berlusconi in cui rincara la dose e, tra l’altro, spiega perché ha chiamato Berlusconi delinquente. Mi sono preso la briga di tradurlo.

Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa che assomiglia pericolosamente a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un conato di vomito profondo non riuscirà a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrompere le loro vene e per squassare il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondamentali della convivenza umana sono calpestati tutti i giorni dai piedi appiccicosi della cosa Berlusconi che, tra i suoi molteplici talenti, ha un’abilità funambolica per abusare delle parole, sconvolgendone l’intenzione e il senso, come nel caso del Polo della Libertà, come si chiama il partito con il quale ha preso d’assalto il potere. L’ho chiamato delinquente, questa cosa, e non me ne pento. Per ragioni di natura semantica e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente ha in Italia una valenza negativa molto più forte che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. Per tradurre in forma chiara ed efficace ciò che penso della cosa Berlusconi ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli dà abitualmente, sebbene si possa avanzare più di un dubbio che Dante qualche volta lo abbia usato. Delinquere, nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la pratica corrente della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o ai precetti morali”. La definizione combacia con la cosa Berlusconi senza una ruga, senza un tirante, fino al punto da assomigliare più a una seconda pelle che ai vestiti che si mette addosso. Da anni la cosa Berlusconi commette delitti di varia, ma sempre dimostrata, gravità. Per colmo, non è che disobbedisca alle leggi, ma, peggio ancora, le fa fabbricare a salvaguardia dei suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnante di minori, e in quanto ai precetti morali non vale neppure la pena parlarne, non c’è chi non sappia in Italia e nel mondo intero che la cosa Berlusconi da molto tempo è caduta nella più completa abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte per servirgli da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui vengono trascinati i valori di libertà e dignità che permearono la musica di Verdi e l’azione politica di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale dell’Europa e degli europei. Questo è ciò che la cosa Berlusconi vuole gettare nel bidone della spazzatura della Storia. Gli italiani, alla fine, lo permetteranno?

Globalizzazione

tango

Tango di strada a Catania

Pagina Successiva »


 

Luglio 2009
L M M G V S D
« Giu    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Per contattarmi

pippopisano@yahoo.com

I vostri commenti

Chi sta sveglio e chi dorme

Visitato

  • 31,026 volte

MigratorePics

Il mare a due passi da casa

Il mare a due passi da casa 2

Macchia mediterranea

Zammara

More Photos

Archivi

Add to Technorati Favorites
counter create hit