Il settimanale argentino Noticias pubblica un reportage intitolato “Las nuevas potencias” su sei paesi produttori di petrolio che possono influenzare il prezzo del barile. Tra questi c’è la Guinea Equatoriale, un paese a cui sono legato da ricordi professionali e personali. Si tratta di un piccolo paese, situato nel Golfo di Guinea, l’unico dell’Africa sub-sahariana ad essere stato colonizzato dagli spagnoli. Fino agli anni sessanta, ancora sotto il regime coloniale, la Guinea Equatoriale era considerata una specie di “svizzera africana”. La produzione del cacao, di cui la Guinea era uno dei maggiori esportatori, garantiva alla popolazione un buon livello di reddito e l’accesso ai servizi essenziali. A metà degli anni settanta, la crisi internazionale dei prezzi del cacao fece scivolare il paese verso una crisi sempre più grave. A quel punto la Guinea era diventato un paese indipendente e alla crisi economica si accompagnò una crisi politica per cui, nel 1979, un colpo di stato portò al potere Teodoro Obiang Nguema. Dopo quasi trentanni e dopo aver governato il paese col pugno di ferro, Obiang Nguema è ancora oggi al potere, anche se negli ultimi anni si fa eleggere presidente con elezioni sulla cui correttezza ci sarebbe tanto da ridire (sullo scenario internazionale non è il solo a governare con una parvenza di elezioni democratiche). Abbandonate le fincas di cacao, adesso la ricchezza del paese è basata sul petrolio, la cui estrazione è stata affidata in questi anni a compagnie francesi e statunitensi. Ma nonostante gli introiti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti, la Guinea Equatoriale oggi è uno dei paesi più disgraziati del continente. Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano stilata dall’Undp, il paese occupa la 127a. posizione; l’aspettativa di vita dei guineani è di appena 50 anni; il 57% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Evidentemente i ricavi del petrolio prendono altre strade e non servono a migliorare sanità, istruzione e altri servizi basici per la popolazione.
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