Archivio per la categoria 'Segnalazioni'

I Bellocchio

Ieri sera sono andato al cinema per vedere Vincere, l’ultimo film di Marco Bellocchio in corsa per la Palma d’Oro a Cannes. Ma non è di questo che voglio parlare. E’ che stamattina mi sono imbattuto (solo virtualmente) nella nipote di Bellocchio, Violetta. Trentaduenne, carina (dalla foto), scrittrice esordiente, ha pubblicato un romanzo ambientato in Versilia e soprattutto ha trovato un modo divertente di promuoverlo. Se compri il suo libro, ti fai la foto col libro in mano e conservi lo scontrino fiscale, quando Violetta Bellocchio passa per la tua città ti invita a prendere un cappuccino e brioche con lei. Se compri 3 copie del libro, Violetta ti inviterà a passare una serata insieme, al cinema, a ballare. Se di copie ne compri da 5 a 10, allora Violetta ti invita a un pranzo a casa sua con i suoi genitori. Se compri da 11 a 20 copie, avrai diritto a un tour in Versilia nei luoghi del libro e naturalmente Violetta ti accompagnerà e ti farà da cicerone. A parte che un sacco di gente, me compreso, si starà chiedendo che succede se uno compra 21 copie del libro, l’idea mi sembra davvero spassosa. Sperando che Violetta sia di parola. Ah, il libro si intitola Sono io che me ne vado ed è pubblicato da Mondadori.

P.S. Al cinema ieri sera c’era anche Anna Finocchiaro. Ci deve volere molta determinazione per fare una cosa normale come andare al cinema un sabato sera mentre fuori impazza (letteralmente) la campagna elettorale. Complimenti senatrice. 

E se io ti dico di buttarti al fiume?

Dichiarazione odierna di Berlusconi, irritato con la stampa italiana:

dichiarazione Corriere

Benvenuto mr. Obama

Prendo in prestito le parole che José Saramago ha usato per commentare il discorso di insediamento di Barack Obama e ve le traduco (l’originale qui).

DA DOVE?

Da dove viene fuori quest’uomo? Non sto chiedendo di dirmi dove è nato, chi erano i suoi genitori, che studi ha fatto, che progetto di vita ha disegnato per sé e per la sua famiglia. Tutto ciò più o meno lo sappiamo, ho qui la sua autobiografia, libro serio e sincero, oltre a essere scritto in maniera intelligente. Quando chiedo da dove è venuto fuori Barack Obama sto manifestando la mia perplessità su come questo tempo che viviamo, cinico, senza speranza, tenebroso, terribile sotto mille punti di vista, abbia generato una persona (è un uomo, poteva essere una donna) che alza la voce per parlare di valori, di responsabilità personale e collettiva, di rispetto per il lavoro e perfino per la memoria di coloro che ci hanno preceduto nella vita. Questi concetti, che una volta furono il cemento della migliore convivenza umana, hanno sofferto per molto tempo il disprezzo dei potenti, gli stessi che a partire da oggi (siatene certi), vestiranno in fretta il nuovo modellino e grideranno in tutti i toni “Pure io, pure io.”  Barack Obama, nel suo discorso, ci ha fornito ragioni (le ragioni) per non lasciarci ingannare. Il mondo può essere migliore di questo a cui sembriamo essere stati condannati. In fondo, ciò che Obama è venuto a dirci è che un altro mondo è possibile. Molti di noi lo dicono già da molto tempo. Forse è l’occasione buona per cercare di metterci d’accordo sul modo e la maniera. Per cominciare.

Minimalismo

natalect

Da queste parti la crisi deve aver colpito anche i creativi.

P.S. Secondo voi quel “ci stiamo lavorando” è una promessa o una minaccia?

Dicono di noi

Il clima di ferragosto in Italia e del ponte festivo in Argentina ci fanno propendere per buone e istruttive letture. Vi segnalo quindi un articolo apparso oggi su El País dal titolo emblematico Hacia la berlusconización de Europa. L’articolo è di Zouhir Louassini, marocchino, giornalista di Rai News 24.

Quattro calci al lavoro

Una miscela esplosiva: un italiano, un argentino e un brasiliano con un pallone in un ufficio al 27.mo piano. E una povera segretaria…

Il video fa parte della campagna commerciale Rexona Futwork che ho trovato tramite eBlog di Leandro Zanoni. Se volete allentare la tensione in attesa della partita di domenica con la Spagna, guardate anche quest’altro video, semplicemente esilarante. 

Cordero de Dios

Fa sempre piacere andare al cinema e uscire con la netta sensazione di aver visto un bel film.  Mi è successo con l’argentino Cordero de Dios, opera prima della regista Lucía Cedrón. La storia si svolge tra il 1978 e il 2002, sullo sfondo gli anni delle vicende tragiche dell’ultima dittatura militare e i suoi penosi strascichi. Ma il conflitto politico di quegli anni bui rimane in secondo piano e il film tende a mettere in risalto le lacerazioni nei rapporti personali e nei sentimenti che può provocare la brutalità di una dittatura. La storia è raccontata con delicatezza e intelligenza. Chi si trova da questa parte dell’oceano vada a vederlo. Chi sta in Italia, per adesso si accontenti del trailer.

America Latina e Kosovo

La questione dell’indipendenza autoproclamata alcuni giorni fa dal Kosovo è arrivata anche in America Latina. Le diplomazie dei vari stati sono alle prese con la scelta del riconoscimento o meno della nuova repubblica facendo i conti con le rispettive situazioni interne e con gli scenari geopolitici globali. Vi segnalo in proposito gli interessanti commenti di Paolo e di Roberto. E non potevano mancare le dichiarazioni di Chávez.

Il petrolio non basta

Il settimanale argentino Noticias pubblica un reportage intitolato “Las nuevas potencias” su sei paesi produttori di petrolio che possono influenzare il prezzo del barile. Tra questi c’è la Guinea Equatoriale, un paese a cui sono legato da ricordi professionali e personali. Si tratta di un piccolo paese, situato nel Golfo di Guinea, l’unico dell’Africa sub-sahariana ad essere stato colonizzato dagli spagnoli. Fino agli anni sessanta, ancora sotto il regime coloniale, la Guinea Equatoriale era considerata una specie di “svizzera africana”. La produzione del cacao, di cui la Guinea era uno dei maggiori esportatori, garantiva alla popolazione un buon livello di reddito e l’accesso ai servizi essenziali. A metà degli anni settanta, la crisi internazionale dei prezzi del cacao fece scivolare il paese verso una crisi sempre più grave. A quel punto la Guinea era diventato un paese indipendente e alla crisi economica si accompagnò una crisi politica per cui, nel 1979, un colpo di stato portò al potere Teodoro Obiang Nguema. Dopo quasi trentanni e dopo aver governato il paese col pugno di ferro, Obiang Nguema è ancora oggi al potere, anche se negli ultimi anni si fa eleggere presidente con elezioni sulla cui correttezza ci sarebbe tanto da ridire (sullo scenario internazionale non è il solo a governare con una parvenza di elezioni democratiche). Abbandonate le fincas di cacao, adesso la ricchezza del paese è basata sul petrolio, la cui estrazione è stata affidata in questi anni a compagnie francesi e statunitensi. Ma nonostante gli introiti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti, la Guinea Equatoriale oggi è uno dei paesi più disgraziati del continente. Nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano stilata dall’Undp, il paese occupa la 127a. posizione; l’aspettativa di vita dei guineani è di appena 50 anni; il 57% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Evidentemente i ricavi del petrolio prendono altre strade e non servono a migliorare sanità, istruzione e altri servizi basici per la popolazione.

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Suicidi per la libertà

Vi segnalo un interessante articolo su Pagina12 in cui Juan Gelman riprende una statistica della CBS News. Secondo i dati raccolti, nel 2005 tra i veterani statunitensi rientrati in patria dalle guerre in Irak e Afghanistan ci sono stati ben 6256 suicidi. Centoventi ogni settimana, diciassette al giorno. Più del doppio dei morti sul campo di battaglia in 4 anni di guerra in Irak. Gelman traccia un parallelo tra questi suicidi e quelli commessi dai terroristi islamici e riprende un articolo apparso qualche giorno fa su alternet.org in cui è riportato un altro dato significativo: sempre nel 2005, a fronte dei 6256 suicidi di veterani di guerra, in Irak ci sono state circa 150 morti documentate a causa di attacchi suicidi. Un rapporto di 40 a 1. Al di là delle fredde statistiche, sempre questionabili, e nonostante il presidente Bush affermi che i terroristi suicidi “non sono come noi, non danno alla vita lo stesso valore che le diamo noi”,  resta il fatto che siamo in piena competizione per la promozione di una cultura del suicidio e della morte.

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