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Por una cabeza

Alla fine la presidenta Cristina non ce l’ha fatta. Stanotte il Senato argentino ha bocciato l’aumento delle imposte sulle esportazioni dei prodotti agricoli. Per un solo voto, una cabeza, come dice il famoso tango. Per ironia della sorte, la cabeza decisiva è stata quella del vice di Cristina, Julio Cobos. E’ una sconfitta dura per Cristina, che negli ultimi quattro mesi ha puntato tutto il suo prestigio su questo progetto e adesso si ritrova a mettere insieme i cocci del suo governo. Ma, come nelle migliori tradizioni telenovelesche, forse non è finita qui.

Contiamoci!

Oggi la città di Buenos Aires ha vissuto una giornata particolare. Ci sono state due grandi manifestazioni politiche, convocate in contemporanea. Una davanti al Congresso per appoggiare la politica governativa di aumento della tassazione dell’esportazione dei prodotti agricoli; l’altra in mezzo al parco di Palermo convocata dalle organizzazioni dei proprietari e dei lavoratori agricoli. L’obiettivo era lo stesso, mostrare i muscoli e far pressione su quel pugno di senatori ancora indecisi che domani potrebbero essere decisivi durante la votazione per far pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Stando ai giornali alla manifestazione del settore rurale c’erano quasi 250 mila persone; nell’altra, dove ha parlato l’ex presidente Néstor Kirchner, sembra meno della metà. Domani è previsto il voto del Senato. Vedremo se metterà un punto finale a questo braccio di ferro che va avanti da marzo.

Ogni dieci anni

Non se ne esce. Il conflitto tra il governo argentino e il settore rurale dura ormai da oltre tre mesi e in questi ultimi giorni ha ripreso vigore. Ormai si tratta di un vero e proprio braccio di ferro, una miscela potenzialmente esplosiva fatta di blocchi stradali, dichiarazioni a muso duro, minacce, accuse di golpismo, appelli alla mobilitazione popolare, difficoltà nell’approvvigionamento di beni di prima necessità e carburanti, aumento dei prezzi. Stasera sono tornati i cacerolazos per le strade di Buenos Aires. Le parti in conflitto non si parlano, si guardano in cagnesco, i richiami al dialogo che provengono da più parti cadono nel vuoto. Il governo di Cristina Fernández è sempre più isolato, come ben analizza Fritzmayer. E questo scontro si inquadra in una situazione di crisi più ampia. Scrive Paolo Manzo che “nelle ultime settimane i piccoli risparmiatori hanno ritirato dalle banche l’equivalente di circa 2 miliardi di dollari” e l’inflazione reale, checché ne dica l’istituto ufficiale di statistica, viaggia attorno al 30% annuale. Lo spettro della crisi ciclica, quella che tutti gli argentini si aspettano rassegnati ogni dieci anni, si fa sempre più reale.

 

Cristina alla prova

Il conflitto tra il governo argentino e i produttori rurali si aggrava sempre di più. Da circa due settimane il settore rurale è in agitazione contro l’aumento delle imposte sulle esportazioni dei prodotti agricoli annunciato dal governo: i blocchi stradali sulle principali arterie di comunicazione del paese tendono a impedire il rifornimento dei supermercati e si prevede che nelle prossime ore sulle gondole cominceranno a scarseggiare carne e latte.  Ieri pomeriggio, dalla Casa Rosada è venuta una risposta tutt’altro che distensiva: la presidente Cristina Fernández de Kirchner ha accusato i ruralistas di voler continuare a fare affari d’oro (i costi di produzione sono in pesos, i ricavi in euro o dollari) e, in pratica, di lamentarsi con la pancia piena. Normale amministrazione, si dirà: un settore della società reclama per sé dei vantaggi e il governo sceglie la linea dura. Quello che non era previsto - e di sicuro non lo aveva previsto neanche CFK - era il cacerolazo di ieri sera. Dopo il discorso di Cristina, alcune migliaia di persone si sono concentrate in Plaza de Mayo e in altri punti della città agitando pentole e mestoli in solidarietà alla protesta dei produttori rurali. Immediatamente si sono mobilitati anche i piqueteros oficialistas in appoggio al governo.  Si sono riviste scene che ricordavano i giorni tragici del dicembre del 2001, anche se lo scenario e il contesto oggi è completamente diverso. Due considerazioni, al di là delle ragioni dell’una o dell’altra parte in un conflitto complesso. E’ sempre sorprendente la capacità di mobilitazione che ha la gente qui in Argentina: in poche ore, più o meno spontaneamente, c’era già in piazza una folla con bandiere, cartelli e slogan. Cosa impensabile in altre parti del pianeta. Dall’altro lato preoccupa la linea dura scelta dal governo, destinata a esasperare gli animi e a radicalizzare la protesta. E’ il primo banco di prova serio per il governo della presidenta Cristina e sarà interessante vedere come andrà a finire. 

Domenica di Pasqua

A San Telmo, Buenos Aires, Argentina.

La musica del video è Baguala del Desengaño, interpretata da Raly Barrionuevo.

E’ arrivato l’ambasciatore

La sonnecchiosa (quasi ferragostana, si direbbe) cronaca politica argentina di questi giorni è stata ravvivata dalla vicenda del nuovo ambasciatore argentino presso la Santa Sede. Il governo argentino aveva indicato Alberto Iribarne, cattolico, ex ministro della Giustizia, per assumere il prestigioso incarico. Ma nei giorni scorsi si è saputo che il Vaticano non avrebbe concesso le credenziali a Iribarne perché è divorziato. Come si sa, i sacramenti sono importanti, in Vaticano. Disappunto nell’entourage di Cristina Fernández, rifiuto di indicare un altro ambasciatore ma, allo stesso tempo, tentativo di abbassare i toni della polemica. Cristina, infatti, è impegnata a ricucire i rapporti con la Conferenza Episcopale Argentina che durante il governo del marito Néstor erano arrivati a livelli minimi. Nonostante ciò, qualche personaggio importante vicino al governo fa polemicamente notare che appena un mese fa, Nicolas Sarkozy era stato ricevuto dal Papa in persona e insignito con un’alta onorificenza nella Basilica del Laterano. E non è che Sarkozy col sacramento del matrimonio sia proprio in regola.

Verità o giustizia?

desaparecidos.jpg

Il quotidiano Clarín di ieri ha pubblicato un estratto di un articolo di Roger Cohen, giornalista del New York Times, riguardante una vicenda che risale a circa vent’anni fa. Il testo integrale dell’articolo può essere letto in inglese anche qui.  Nel 1987, Cohen aveva condotto un’inchiesta che portò a scoprire la vera indentità di due piccoli gemelli che vivevano con un ufficiale della polizia argentina: i due piccoli erano figli di una donna incinta che era stata sequestrata durante la dittatura e, dopo aver dato alla luce i due gemelli, era stata “desaparecida“.  A quel tempo la vicenda sembrò avere un lieto fine e Cohen ne era venuto fuori con la sensazione di aver fatto giustizia. In questi giorni, Cohen è tornato a Buenos Aires alla ricerca dei due gemelli, ormai giovanotti trentenni. E dice di aver trovato più risentimento che riconciliazione. I due ragazzi, Gonzalo e Matías Reggiardo Tolosa, all’esame del DNA erano risultati essere figli di una coppia (anch’essi desaparecidos) diversa da quella a cui in un primo momento erano stati attribuiti. Sembra che i due gemelli non  abbiano avuto in questi anni una vita familiare serena e continuano a mantenere un legame affettivo con i “genitori sequestratori”. A questo punto Cohen nell’articolo si chiede esplicitamente se sia valsa la pena quella sua “intrusione” di vent’anni fa. E si risponde: “per i morti, e per l’Argentina, sì. Per i gemelli, non lo so”.  Clarín accompagna l’articolo di Cohen con una nota di Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo. Per la Carlotto il giornalista non ha niente di cui pentirsi, ogni volta che si aiuta un bambino ad uscire dalla menzogna si fa il bene. Resta comunque il fatto che quella dei gemelli Reggiardo Tolosa è una vicenda penosa che mostra, a distanza di anni, le ferite ancora aperte lasciate dalla dittatura. E l’alternativa tra verità e giustizia con cui Cohen chiude il suo articolo, al danno sembra aggiungere anche la classica beffa.

Ora legale

obelisco.jpgAlla mezzanotte di oggi le lancette argentine andranno spostate un’ora in avanti. Pur senza ammettere di trovarsi a fronteggiare una vera e propria crisi - anche per questo il cambiamento d’orario avviene a stagione estiva già inoltrata -, il governo argentino ha preannunciato un piano di risparmio energetico di cui l’introduzione dell’ora legale è una delle misure principali. L’obiettivo dichiarato dal governo è ridurre la domanda annuale di energia del 6%. Dal punto di vista del cittadino comune, l’ora legale non è mai stata ben accetta a queste latitudini. Qualche anno fa, in Brasile, quando il governo di Fernando Henrique Cardoso di fronte ad una grave crisi energetica cercò di imporre l’ora legale anche alla regione nordestina del paese, alcuni stati che avevano adottato il nuovo orario, dopo poche settimane dovettero fare retrofront sulla spinta delle proteste dell’opinione pubblica. Nel frattempo, nelle campagne dell’interno, i contadini disorientati si regolavano in base a due orari “a hora de Fernando Henrique e a hora de Deus“. In Argentina i giornali riportano già le previsioni di studi scientifici che annunciano disturbi generalizzati, depressione e insonnia. Magari non è così grave ed è solo questione di farci l’abitudine. Vedremo. Intanto con l’introduzione dell’ora legale, Buenos Aires avrà lo stesso orario di Rio de Janeiro e di San Paolo, sarà un’ora avanti rispetto a Recife e Salvador de Bahia e tre ore indietro rispetto all’Italia. Prendete nota.

Affari di famiglia

Ieri alla cerimonia di insediamento di Cristina Fernández de Kirchner alla Presidenza della Repubblica Argentina, l’Italia era rappresentata da Rosy Bindi, ministro delle Politiche per la Famiglia. Mai scelta fu più azzeccata: la staffetta tra marito e moglie alla Casa Rosada era proprio un affare di famiglia.

A volte ritornano

Nell’interno dell’Argentina, a 1000 km da Buenos Aires, nel 2007, può succedere anche questo: gruppi paramilitari armati, al soldo di latifondisti, che minacciano, picchiano, torturano i campesinos per cacciarli dalla terra. La cronaca in un articolo del quotidiano Pagina12 di ieri.

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