L’altra sera mi trovavo davanti all’aeroporto di Catania aspettando che qualcuno venisse a prendermi. Solita gente, i tassisti, i passeggeri che escono assatanati a fumare l’ultima sigaretta, qualche perdigiorno. Passa accanto a me un uomo, un immigrato, che parla al cellulare in una lingua per me incomprensibile. I nostri sguardi si incrociano per un attimo, lui passa oltre, il telefono attaccato all’orecchio. Dopo un attimo torna sui suoi passi e mi porge il cellulare. All’altro capo del filo c’è la voce di un altro uomo che nel suo italiano stentato mi spiega che suo fratello è appena arrivato in Italia, non parla una parola di italiano e mi chiede di aiutarlo a prendere un autobus che lo porterebbe in uno slargo non lontano dall’aeroporto dove qualcuno passerebbe a prenderlo per portarlo a destinazione. Va bene, nessun problema, ma come faccio a spiegare se lui non parla l’italiano? cerco di sfoderare qualche parola in inglese, il mio spagnolo, niente, assolutamente niente. L’unica parola comprensibile che lui riesce a dire è Bangladesh. Beh, è già qualcosa, sappiamo da dove viene anche se in questo momento è più importante dove deve andare. Ma che lingua parlano nel Bangladesh? Tiro fuori dalla tasca dei pezzetti di carta, comincio a fare degli schizzi, segno numeri di autobus urbani, mi sbraccio per indicare fermate e capolinea. Mi pare che i miei sforzi non abbiano molto successo. Ogni tanto lui ricomincia a parlare al cellulare col fratello e regolarmente me lo passa, almeno ho qualcuno a cui confidare la mia frustrazione. Proviamo col telefono senza fili, io spiego qualcosa in italiano al telefono e poi lui lo spiega nella loro lingua misteriosa al fratello, che ascolta sempre compìto ma non sorride mai. Questo quadretto delizioso va avanti per una buona mezzoretta. Risultati scarsi, direi nulli. Tra l’altro non passa nessun autobus, il vigile urbano impegnato a multare i furbastri della sosta vietata mi dà delle informazioni che si rivelano sbagliate. Alla fine la grande decisione, presa ovviamente in questa specie di teleconferenza interculturale: il fratello raggiungerà a piedi lo slargo. Faccio una piantina col percorso da fare sul retro di un biglietto della metropolitana di Milano. Lui fa segno di aver capito, mi ringrazia a suo modo e si avvia lungo il vialone lasciandosi l’aeroporto alle spalle. Good luck, ne ha bisogno. Io torno sui miei passi, a osservare distratto tassisti e passeggeri. Penso di avergli dato una mano. O forse no. Ah, ho dimenticato di verificare prima se fosse un clandestino.
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..però non sai che rischio hai corso non verificandolo prima dei disegnini…A proposito in Bangladesh si parla il bengali!!!!!
Sui rischi che si corrono tu sei bene informata, no? grazie per l’informazione linguistica…